Riguardo il post qui sotto... Neanche due giorni che il video è online, ed è davvero arrivato all'attenzione di Brian May dei Queen! Che non solo l'ha visto, ma vi ha pure risposto tramite il proprio sito brianmay.com!!! Se non ci credete, cliccate sullo...
Volevo fare una bella e trionfale introduzione a questo post, per celebrare adeguatamente il fatto di aver terminato in un colpo solo ben tre libri validi per la sfida , ma ogni volta che ci provo non mi viene in mente nulla di originale, mi attapiro e accantono il commento. Quindi, prima che questo post diventi più stantio di un formaggio dimenticato in frigo, direi che è meglio scuotersi e, in mancanza d'altro, andare subito al sodo coi commenti ai tre volumi (due che avevo portato avanti in contemporanea, nelle scorse settimane, e un breve libretto di narrativa italiana di agile lettura, che ho finito in poche ore):
E come Esplosione di Sue Grafton (Gialli Mondadori)
Maccome? Un altro giallo? Ebbene sì! Non so, credo sia colpa della "crisi d'astinenza da mistery" che mi sono auto-provocata partecipando alle sfide librarie dell'autunno-inverno: per mesi non ho letto gialli e thriller, cosicché, non appena sono terminate quelle, mi sono ributtata tra la mia letteratura preferita come un assetato sull'acqua di un'oasi. Non vedevo proprio l'ora di ritrovarmi tra i miei detective preferiti! E in effetti Kinsey Millhone, la protagonista dei libri di Sue Grafton, è una mia vecchia conoscenza, cui sono affezionata... Kinsey è un'investigatrice particolare. Non la solita dura tutta d'un pezzo che non si fa fregare mai, tutt'altro. Deve spesso fare i conti con le proprie debolezze, a volte prende cantonate pazzesche (o è proprio tarda ), in altri casi ricade in vecchi errori e non sempre il lettore si trova d'accordo con le sue scelte. Ma, in un certo senso, è proprio questo il bello! Anche in E come esplosione (nei titoli dei romanzi dedicati a Kinsey compare sempre una lettera di quell' "alfabeto del crimine" che l'autrice va componendo), a fronte di una trama non eccessivamente coinvolgente - il caso di turno mi ha incuriosita, ma mai davvero catturata - ho gradito molto l'approfondimento psicologico della protagonista: in questo romanzo Kinsey si ritrova in una situazione di grande fragilità, sia emotiva che lavorativa, e deve fare i conti con vecchie ferite del suo passato. Mi ha fatto piacere conoscere nuovi risvolti della personalità di questo personaggio, e scoprire dettagli della sua vecchia vita. Davvero una bella lettura!
Il gigante cieco di Carlo Cassola (Rizzoli)
Com'è che sono finita a leggere questo, che è, né più nè meno, un pamphlet politico? Chissà! Forse perchè con la Sfida dei Libri Non Letti ho scoperto che lo stile di Cassola è più scorrevole di quanto mi aspettassi; o forse perchè, dopo tanti libri di narrativa, sentivo il bisogno di tornare un po' a quei testi di saggistica dedicati alle questioni politico-sociali che ogni tanto mi piace leggere. Fatto sta che mi sono ritrovata alle prese con questo trattatello, scritto dall'autore nel 1975.. A sorpresa, ho scoperto che Cassola era un comunista convinto. E io mica la sapevo 'sta cosa! La tesi da lui sostenuta in questo libriccino riguarda la fine dell'umanità. In pratica, il mondo è alle soglie di una catastrofe: se non sarà la terza guerra mondiale a spazzare via la razza umana, sarà uno sfacelo ambientale. Il tempo per agire è ormai poco, e l'unica soluzione proponibile pare essere la realizzazione dell'Internazionale: solo l'unione di tutte le nazioni della Terra, infatti, potrà scongiurare il disastro bellico e permetterà di lavorare di comune accordo per allontanare anche quello ecologico. Nel corso della trattazione Cassola, dopo aver esposto la gravità della situazione mondiale, passa ad analizzare le varie rivoluzioni cui la storia ha già assistito (principalmente, quella francese e quella russa), spiega perchè siano fallite, respinge le obiezioni riguardo l'opportunità di una nuova rivoluzione e illustra motivi e modi per realizzarne una veramente riuscita, ovvero che sappia finalmente condurre all'unione di tutti i popoli. A mio parere, nello svolgere il discorso, l'autore si rivela un filosofo appassionato, ma non particolarmente raffinato: alcune affermazioni sono poste come dati di fatto, non giustificate; molti passaggi sono ripetuti più e più volte da un capitolo all'altro (alcuni finiscono davvero per venire a noia! ), le argomentazioni sostenute appaiono a volte eccessivamente semplicistiche e tagliate con l'accetta. D'altro canto vi è, di positivo, una invidiabile chiarezza espositiva e una scrittura fluida e disinvolta, che aiuta il lettore a seguire il ragionamento senza fallo. Cassola dimostra una certa lucidità nel suo essere comunista, ad esempio quando condanna decisamente lo stalinismo e il suo regime criminale; d'altra parte arriva a sostenere idee che appaiono quantomeno illiberali, come quando depreca l'omicidio e la dittatura, ma solo se applicati tra "compagni" o all'interno della classe operaia: ai danni degli anti-rivoluzionari o delle altre classi essi appaiono giustificati, ai fini di realizzare l'Internazionale che porterà alla salvezza di tutti. Un testo con luci e ombre, dunque. Quello che mi ha davvero colpito è stato il ritrovarmi, più di trent'anni dopo la sua stesura, a leggere riflessioni assolutamente attuali riguardanti i pericoli cui va incontro l'umanità, e il dover riflettere amaramente che, in tutto questo tempo, nulla è stato fatto per scongiurarli, nonostante i continui allarmi che, evidentemente da vari lustri, vengono lanciati da più parti (per la cronaca: Cassola, nel 1975, prevedeva che la specie umana, continuando nel suo comportamento spensierato e irresponsabile, avrebbe trovato la rovina proprio intorno agli anni che noi stiamo vivendo. C'è da sperare che i suoi calcoli siano stati un po' troppo pessimistici, oppure...). La proposta di soluzione offerta dall'autore è, di contro, qualcosa che, a tanti anni di distanza appare ormai completamente anacronistica: è lodevole l'ideale di fratellanza tra i popoli propugnato, ed è probabile che davvero sia l'unica speranza per l'Uomo; ma al contempo sembra oggi così ingenua l'idea di affidare le speranze umane a una singola ideologia che, nel frattempo, è stata sconfitta dalla Storia, almeno nella sua applicazione pratica. Nel 2008 è evidente che tale soluzione sia troppo semplicistica e che, comunque vada, dovremo trovare un altra via per garantirci la sopravvivenza in questo mondo. In conclusione, pur tra alcune perplessità, ho trovato la lettura de Il gigante cieco molto interessante, se non altro per i presupposti così attuali e perchè, attraverso l'esposizione di certe teorie, ho potuto sbirciare quelli che erano i risvolti ideologici di un periodo storico che è stato così importante e tragico per il nostro Paese, e non solo.
Gap di Marcello Fois (Frassinelli)
Due libri italiani allo stesso momento? Vorrò mica diventare una lettrice seria?! Questo breve romanzo dello scrittore sardo potrebbe riassumersi in un'unica parola: onirico. Siamo nei territori della bassa ferrarese, e la protagonista indiscussa è la nebbia. Quella vera, quella che forse solo chi è nato, o è stato, nella Pianura Padana può immaginarsi. Quella densa e impenetrabile, che pare avvolgerti da ogni parte come un muro d'ovatta, che non ti fa vedere oltre le tue braccia e che ti fa sentire un disperso, un naufrago sulla superficie terrestre, diventata improvvisamente invisibile e deserta. E' una notte di nebbia, di quella fitta, nel 1945, e tre giovani partigiani devono portare a termine una missione pericolosa. E' una notte di nebbia, di quella d'ovatta, nel 1995, e tre adolescenti stanno tornando in auto da una discoteca di Rimini. E' una notte di nebbia, ma la nebbia è magica: può esserci tutto oltre il muro bianco e impalpabile. E i piani temporali possono intrecciarsi e sovrapporsi, le distanze storiche annullarsi. Può esserci folla, nella nebbia, la folla invisibile di tutti quelli che la nebbia l'hanno conosciuta, e vissuta, e nella nebbia hanno trovato il loro destino. Quel destino che, prima o poi, ci accomuna tutti. « Per che cosa siete morti, voi? E noi, perchè, allora? » Più che un romanzo vero e proprio, Gap è un succedersi di atmosfere. In un continuo cambio di prospettive, di punti di vista, di tempi, l'autore apre squarci nella vita dei suoi personaggi, narrandoci per frammenti e brevi flash ciò che li ha condotti sulla strada, nella notte, tra la nebbia. Li conosciamo così, dai loro ricordi, dai loro pensieri, dalle loro emozioni. E' bravo Fois, a rievocare sensazioni e climi che si incidono profondi nell'immaginario del lettore. E' qui, il valore del libro, nella costruzione di questo ritratto corale di tante individualità diverse, che passa per schegge di vissuto e di percezioni. Non c'è molto altro, in realtà, in Gap: è un libro scarno, che non aggiunge quasi nulla ai ritratti di due generazioni, quella dei giovani che diedero la vita nella lotta partigiana, e quella dei ragazzi che la spezzano nelle "stragi del sabato sera"; è anche scontato a tratti (chissà perchè la descrizione di certi passaggi esistenziali finisce per concentrarsi, sempre e solo, sulle prime esperienze sessuali. Probabilmente è psicoanaliticamente corretto, ma ormai un escamotage reso poco efficace dall'usura), forse poco profondo, rimasto un po' alla superficie delle cose. Ma si riscatta proprio in questa sua potenza evocativa delle sensazioni dei singoli, del senso dello scorrere del tempo e dell'ineluttabilità della morte. Una potenza evocativa affascinante. E rimane, tra il resto, un accostamento inquietante, che porta a riflettere: quello tra giovani vite perdute, vittime di un nemico in carne e ossa, perdute per la promessa di un futuro altro, e altre giovani vite, che di quel futuro possono godere, ma che si ritrovano vittime di un altro nemico, di un'altra dittatura: di un consumismo che porta con sè l'annicchilimento di ogni valore, di ogni ideale, di quella stessa coscienza delle cose che ha portato i loro antenati a morire per una speranza.
Come avevo previsto fin dall'inizio, la parte difficile della Sfida dei 50 libri non è tanto il leggerli (anche se, pure lì, sono ampiamente in ritardo - ma avevo previsto anche questo! ), bensì trovare tempo/voglia di commentarli sul blog. In effetti il sesto libro della sfida l'ho terminato già da diversi giorni, ma ancora non avevo avuto modo di parlarne qui. Si è trattato di
Scritto col sangue di Thomas H. Cook (Giallo Mondadori).
Un altro giallo, dunque, ma completamente diverso da quello di Westlake che l'ha preceduto nel mio menù di letture del 2008. Avevo già avuto modo di conoscere questo autore, anni fa, grazie a un altro suo romanzo, Il mistero della Chatam School (sempre Giallo Mondadori), di cui conservo un'impressione incredibilmente profonda. Con la sua abilità nello scavo psicologico, Cook era riuscito a creare un thriller interiore assolutamente coinvolgente, che soggiogava il lettore dalla prima all'ultima, scovolgente, pagina. Non per nulla il libro ha poi vinto il premio Edgar Allan Poe. Questo Scritto col sangue forse non raggiunge quell'eccellenza. Ci sono un po' troppi "appunti di lavoro" ripetuti più e più volte, analisi dopo analisi (credo per restituire l'impressione del metodo d'indagine meticoloso del protagonista... ma un po' stancano); ci sono collegamenti ovvi che il protagonista fa cento pagine dopo il lettore (anche se il genio dovrebbe essere lui ); c'è un finale non così inaspettato e inquietante come nell'altro romanzo... Eppure la trama avvince e affascina, grazie alla maestria e allo stile di Cook, al punto tale che ho tirato mattina sveglia pur di leggermi in un fiato le ultime 150 pagine!
Forse compio un azzardo, pretendendo di trovare delle costanti in questo autore dopo aver letto appena un paio di sue opere. Ma comunque, corro il rischio. I libri di Cook gravitano intorno a un mistero che appartiene al passato, a qualche crimine vecchio di decenni. I suoi protagonisti non sono detective tutti d'un pezzo, ma uomini toccati in prima persona da quei delitti, individui tutt'altro che equilibrati, segnati da qualche trauma o da qualche nodo psicologico non risolto, e che sveleranno/scopriranno nel finale anche parte di sé stessi. Le trame si snodano nel presente rievocando continuamente il passato; alternano magistralmente tra le due dimensioni temporali, e così facendo ricostruiscono vite, drammi e intrighi di piccoli paesi di provincia. Anche il più trascurabile personaggio è illuminato, pur solo per un attimo, dal cesello dell'autore, che scava nei suoi sentimenti o nelle sue contraddizioni, nei suoi dolori o nelle sue miserie, restituendo una fitta trama di rapporti umani, di piccoli segreti e grandi bugie, tratteggiando un panorama umano variegato e affascinante, in cui nessuno è, del tutto, innocente.
Se vi piacciono i thriller basati sui ritratti psicologici e i meccanismi alla I peccati di Peyton Place, Thomas H. Cook è l'autore che fa per voi!
« Io non posso vivere in un mondo del genere! Vivere in mezzo a tanti sconosciuti senza alcuna "promessa" né "legame"! Questo mi fa paura! Ho paura! Ho paura perché non ho la minima garanzia di ricevere amore. Non posso vivere in mezzo a degli sconosciuti. Il mondo mi terrorizza! »
« Vorrei fagocitarlo. Divorare tutte le sue cellule fino alle ossa. Vorrei penetrare a fondo la sua persona. E ingoiare e assorbire il suo corpo, per fargli restare addosso il mio odore. Così forte da impedirgli perfino di respirare. »
Akito in Fruits Basket (di Natsumi Takaya)
Questo manga è infine giunto al termine, e mi ha lasciato un buon ricordo, un buon sapore. Ci sono tante cose in cui mi sono identificata leggendolo (in primis nella tendenza dei protagonisti a farsi le seghe mentali su ogni cosa! ). Però è così strano scoprire che, in fondo, l'identificazione maggiore è con le paure, i desideri e gli impulsi del... villain di turno! (Anche se alla fine non è più tanto villain). E' strano, sì. Ma comunque non spiacevole.
Visto che in questi giorni mi hanno tacciato di essere troppo femminista...
(Qualcuno mi spieghi perchè, se una protesta per battutacce razziste, va bene; se protesta per battutacce omofobe, è ok; ma se protesta per battutacce - o peggio - maschiliste è, automaticamente, una femminista frigida... No, davvero, spiegatemelo!)
... tanto vale dare giustificazione all'accusa.
Sia chiaro, ho scarsa fiducia che serva a qualcosa, in concreto (purtroppo in fatto di politica sono pessimista con tendenze al catastrofismo), ma bastasse anche soltanto a far sì che a qualcuno venga da pensare, sarà sempre tanto di guadagnato.
P.S.: Marco, non panicare. Non ce l'ho con te in modo particolare...
Concluso anche il quinto libro di questo 2008! E sono già in notevole ritardo sull'ideale tabella di marcia, che comunque sapevo fin dall'inizio non sarei riuscita a rispettare...
Il romanzo in questione è un Giallo Mondadori (recuperato a un mercatino da rigattieri, e piuttosto conciatello ) ovvero
Nessuno è perfetto di Donald E. Westlake
Avevo già letto altro di Westlake, praticamente nell'infanzia. E' stato buffo, taaanti anni dopo, ritrovarmi, in parte, le medesime sensazioni: una scrittura gialla, la sua, che non mi tiene col fiato sospeso, non mi tortura intimandomi di divorare le pagine assetata della soluzione; eppure una lettura gradevole e divertente, che lascia un buon ricordo. Protagonisti dei libri di Westlake non sono detective o poliziotti, ma ladri. Gente che ruba con la stessa naturalezza con cui gli altri vanno a far la spesa, gente in cui la vocazione al (piccolo) crimine è del tutto connaturata. Eppure personaggi cui non si riesce a non affezionarsi! Sono ladri ingegnosi, questi. I loro piani hanno sempre qualche aspetto un po' folle e arzigogolato, geniale. Ma sono anche i ladri più scalognati del pianeta, probabilmente. Persone cui anche il colpo più semplice e/o curato finisce per "scoppiare" tra le mani e trasformarsi in una girandola di eventi al limite dell'assurdo, in un'imprevedibile cavalcata nel nonsense e in un'accozzaglia di situazioni da slapstick comedy capace di strappare sorrisi (o risate) praticamente a qualunque lettore. Sì, forse mi ero dimenticata di dirlo: i romanzi di Westlake sono gialli-commedie, gialli esilaranti. E forse non saranno i soliti thriller da divorare in preda all'ansia del finale. Ma di certo sono dotati di una scorrevolezza e piacevolezza che lascia un buon sapore. Consigliati!
Leggevo il volume di strips comiche a sfondo nerdPvP - Player vs. Player (saldaPress), quando, consultando le note a fine albo, vengo a scoprire che Aragorn, il personaggio de Il Signore degli Anelli, il cui ruolo in Terra di Mezzo è stato tradotto in italiano come "ramingo", in inglese sia nient'altro che un... ranger.
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E' mezzora che mi immagino Gandalf e soci che trotterellano felici per il parco di Yellowstone, con l'orso Yogi a fare il decimo componente della Compagnia dell'Anello!!!
E alla fine, qualche giorno fa, ho terminato di leggere anche il quarto libro di questo 2008. Che, putacaso, era anche l'ultimo titolo scelto per la Sfida dei Libri Non Letti. Ciò significa quindi che, dopo 5 mesi e pochi giorni dal suo inizio, ho trionfato su detta Sfida, e stavolta senza neppure barare. Gaudio! (Pare che una faccina che lancia coriandoli non ci sia. Peccato!)
Il libro che così trionfalmente ho concluso, qualcuno lo ricorderà, era
Acqua e sangue di Patrick McGrath (Bompiani)
Trattasi di una raccolta di tredici racconti che potremmo definire horror. Lo strillo di copertina firmato Clive Barker e la descrizione presente nel risvolto di seconda, che parlavano di "gotico [...] postmoderno" e "perversione", mi avevano fatto temere di trovarmi alle prese con una collezione di dettagli splatter, morbosità soffocanti e noiosi clichè sanguinolenti. Per fortuna, leggendo il libro, mi sono dovuta ricredere! E' stato piacevole scoprire in McGrath una scrittura agile, ma pacata. Piacevole confrontarsi con il distacco quasi entomologico con cui ci espone questi tredici casi di "stranezza", che è prima di tutto stranezza dell'animo umano, ma anche meravigliato orrore dei possibili futuri che attendono la nostra specie. Certo, la morbosità non manca (McGrath è pur sempre un narratore di follie), ma è mostrata senza pesantezze o esagerazioni, quasi solo contemplata con curiosità e asepsi.
Eppure gli scenari delineati dall'autore sono tutt'altro che rassicuranti, e giocano con le ossessioni, la follia, gli impulsi repressi, le identità spezzate, la malattia, le tragedie familiari. Tuttavia lo fanno senza caricare i toni, senza soffocare il lettore, generando piuttosto atmosfere che vanno dalla sana, buona, vecchia suspense gotica al semplice sentimento di meraviglioso, dalla sottile inquietudine di un mistero cupo al turbamento composto dell'allusione sensuale. Non c'è che dire: una serie di letture non rassicuranti, ma neppure disturbanti nel senso meno nobile del termine. Piuttosto, un insieme di "scoperte" su sentimenti magici e inquieti, nascosti e misteriosi, descritti con tranquilla abilità. Una bella raccolta di segreti e affascinanti turbamenti.
Già un altro libro letto? Ebbene sì. Anche se confesso che l'avevo già cominciato da qualche giorno, quando ho postato il commento su Buona Apocalisse a tutti. Questa volta si tratta di
Il mistero di Rue de Saints-Pères di Claude Izner (TEA),
un mistery di ambientazione parigina.
E' il 1889, nella capitale francese l'Esposizione Universale è in pieno svolgimento; la Tour Eiffel è stata da poco inaugurata, e richiama visitatori da ogni parte del mondo. Ma strane morti continuano a susseguirsi in città, tutte all'apparenza provocate da punture d'api. Eppure, le vittime sono troppe per pensare a una coincidenza. Victor Legris, un giovane libraio, si trova coinvolto suo malgrado nella vicenda, e comincia a indagare. Ma il misterioso caso lo porterà a sospettare proprio delle persone che ha di più care...
Questo libro mi ha lasciato impressioni contrapposte: da una parte ho trovato interessante l'atmosfera parigina fine-ottocentesca, e la resa dei personaggi. Soprattutto il protagonista, con le sue insicurezze, i suoi dubbi, le frustrazioni, mi è apparso particolarmente reale. D'altra parte, sono diversi gli aspetti della narrazione che mi hanno un po' disturbato. In primis, devo ammettere che la trama gialla non mi è parsa avere granchè mordente: Victor si muove qua e là alla cieca, e anche in modo un po' sconclusionato. Forse è uno svolgimento realistico, questo, ma in questo modo il lettore rischia di concentrarsi un po' su tutto, tranne che sul mistero principale. Poi, una cosa che mi fa storcere sempre un po' il naso: quando gli scrittori eccedono nei particolari d'ambientazione. Capisco che Izner si sia dovuto documentare, per scrivere il romanzo, ma se poi questo si traduce in uno sciorinare chili di dettagli "colti" a ogni piè sospinto, il tutto rischia di apparire innaturale e forzato. Un'altra cosa che trovo oltremodo irritante... capisco che questo libro sia l'inizio di una serie, ma odio l'abitudine di disseminare tra le pagine piccoli misteri relativi ai personaggi, per poi non svelarli. Verranno rivelati nei romanzi successivi? E a me che importa? Io questo sto leggendo. E se getti l'amo, poi dovresti ritirare la lenza. Così, invece, sembra solo che l'autore ricorra a un trucchetto sleale per spingerti a compare i libri che seguiranno. Francamente lo trovo inelegante! (e qui in pochi coglieranno la citazione )
Per concludere, non posso certo dire che questa sia stata una lettura sgradevole. Però, d'altro canto, ammetto che l'ho trovata poco appassionante. Un libro nella media, diciamo. Senza infamia e senza lode.